L’omeopatia (2)

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I PRINCIPI-BASE DELL’OMEOPATIA.

Hahnemann stravolge completamente il modo di curare le persone, sia nel modo di arrivare alla diagnosi, che nell’ approccio farmacologico alla cura. Il focus infatti si sposta dalla malattia al malato e alla sua percezione soggettiva psichica e fisica del problema. I rimedi non sono più somministrati in dosi massicce ma in dosi molto basse, seguendo un principio completamente diverso. Infatti, se la medicina galenica riteneva ogni sintomo oggettivo e uguale per tutti, trovando per ogni male medicamenti uguali per tutti, per Hahnemann deve essere esattamente il contrario: il singolo rimedio deve essere “tarato” sul singolo ed essere somministrato in dosi che siano le più basse possibili, secondo il principio per cui il simile cura il simile.

Hahnemann sostiene che, affinché la cura non sia palliativa ma porti a una guarigione vera e durevole, occorre scegliere caso per caso un rimedio in dose basse che in un soggetto sano produrrebbe invece proprio la malattia che si vuole combattere.Un esempio pratico: per sedare la tosse, bisogna somministrare una dose omeopatica di quella sostanza che in un soggetto sano invece la provocherebbe. Un principio assolutamente rivoluzionario, se si pensa che per secoli la medicina tradizionale, ancora oggi dominante nell’approccio alle malattie, tende a somministrare farmaci antitetici al sintomo da eliminare.

Come ci è arrivato Hahnemann?Sperimentalmente, e soprattutto dopo una felice intuizione che riguardava i lavoratori della corteccia dell’albero della china e che, guarda caso, soffrivano di febbri malariche che proprio col chinino venivano curate.

In pratica queste persone venivano in contatto con dosi molto basse di chinino come residuo della lavorazione, che poi penetrava nel loro organismo attraverso piccole ferite o per inalazione delle polveri di scarto. Nei soggetti sani, quindi, dosi molto basse di chinino innescavano artificialmente le febbri malariche, che poi venivano curate con dosi ponderali della stessa sostanza.

Hahnemann capisce così che si può creare artificialmente la malattia: attraverso prove su se stesso e su volontari, comprende che per capire l’efficacia di un rimedio è necessario osservarne gli effetti dopo averlo somministrato in dosi estremamente basse a soggetti sani, in modo da creare uno stato sintomatico osservabile e reversibile. I sintomi così creati vengono scrupolosamente annotati.

Ma perché non sperimentare direttamente i rimedi su soggetti malati o su animali?Perché a suo giudizio il malato, sia per la sua soggettività che per l’instabilità dovuta alla malattia, avrebbe fornito indizi non attendibili mentre gli animali non sarebbero stati adatti sia per la loro diversità fisiologica che per la mancanza della parola con cui avrebbero potuto fornire utili indicazioni al curante.

Una volta fatta la sperimentazione, ed annotata un’infinità di sintomi e reazioni a questo o quel rimedio, si convince definitivamente che una certa sostanza naturale per essere curativa deve essere somministrata a persone che presentino sintomi di malattia il più possibile simili a quelli comparsi in fase sperimentale sui volontari sani.

Ora, Hahnemann è certamente un innovatore per il suo tempo, eppure il principio cardine dell’omeopatia era conosciuto in tempi ben più remoti, addirittura da egizi e indiani. Lo stesso Ippocrate ne aveva parlato, come una delle due possibilità di cura opposte l’una all’altra: la terapia del similee la terapia del contrario”. Anche Paracelso, già nel ‘500 sosteneva che non ci si doveva concentrare sulla malattia ma sul malato, che si doveva seguire la legge del simile, e che ogni malato reagiva in modo diverso per cui le cure dovevano essere personalizzate (parlando, per giunta, dettagliatamente dell’esigenza e di somministrare dosi minime di farmaco, posologia compresa). Ad Hahnemann si deve però un’amplissima sperimentazione, grazie alla quale il principio di cura ha potuto essere oggetto di trattazione sistematica.

IL METODO.

Dopo  vastissima sperimentazione pratica, Hahnemann giunge a formulare i principi in base ai quali trattare omeopaticamente i pazienti. Esse valgono nella sostanza ancora oggi. Va detto che il medico omeopata contemporaneo, in prima istanza, non è diverso da un collega che non pratichi l’omeopatia, per cui avrà comunque bisogno di osservare la sintomatologia oggettivadel malato anche ricorrendo a esami fisici o di laboratorio, se necessario.

E’ ciò che accade dopo a essere differente: mentre per un medico allopatico la sintomatologia soggettiva, o l’atteggiamento del paziente, sono decisamente secondari (se non irrilevanti) al fine della cura, per l’omeopata è esattamente il contrario.

In omeopatia ogni alterazione della dynamis, la forza vitale del paziente, è il fenomeno che porta poi alla malattia per cui, generalmente, la comparsa dei sintomi soggettivi precede la comparsa del disturbo o della malattia.

Quindi è importantissimo che sia paziente stesso a esprimere il proprio sentire soggettivo, aiutando così il medico a formulare una diagnosi sulla genesi della malattia o del disturbo in modo da approdare alla cura nel modo più efficace.

In sostanza queste sono le fasi dell’approccio omeopatico:

  1. L’osservazione dei sintomi tenendo conto del principio per cui “il simile cura il simile, come spiegato sopra. Ciò non significa che si debbano separare i sintomi specifici della malattia da quelli caratteristici del malato, ma che possono esistere variazioni individuali di cui tener conto.

  2. Gerarchizzazione dei segnali:a sintomi particolarmente intensi e delineati dovrà essere attribuita primaria importanza.

  3. La calibrazione del rimedio sul malato.Il malato innanzi tutto, come persona in cui la malattia si manifesta sul piano fisico e psichico in modo strettamente individuale. Approccio olistico in piena regola. Ogni persona, infatti, esprime il proprio disturbo in modo peculiare. Il sentire del paziente deve essere perciò considerato guida fondamentale per assegnare quel rimedio unicoper giungere alla guarigione. Tutti noi siamo dotati di caratteristiche individuali in cui entrano in gioco fattori ereditari, predisposizioni (miasmi), atteggiamento mentale, ecc.. Per cui il medico deve tener conto del fatto che accanto ai sintomi clinici dominanti di natura oggettiva, la modalità specifica con cui il paziente li esprime sono la chiave per comprendere quale rimedio sia più giusto. Quale rimedio, quindi, i cui sintomi rilevati dalla sperimentazione su soggetti sani, siano più corrispondenti a quelli del paziente.

  4. La prescrizione di un solo rimedio per volta. E possibilmente semplice. Al tempo di Hahnemann ciò voleva dire fare l’esatto contrario della medicina tradizionale del suo tempo, che somministrava spesso più farmaci assieme e in dosi ben più alte.

  5. Rimedi che siano in dosi più basse possibile. Contrario alle massicce somministrazioni del suo tempo, che reputava approssimative e pericolose, Hahnemann fa suo questo principio e crea rimedi trattati con diluizione e dinamizzazione per evitare di somministrare dosi ponderali ai pazienti. Oggigiorno tutti i rimedi provengono da sostanze naturali (vegetali, animali o minerali) che vengono trattate per eliminarne le proprietà tossicologiche e mantenere invece quelle curative, e si trovano in molteplici forme. Sarebbe un errore grossolano pensare a questi rimedi come sostanze solo estremamente diluite ma questo punto verrà affrontato in seguito e spiegato meglio perché è il punto fondante di molti pregiudizi sull’omeopatia. Per come sono le attuali normative italiane, farmacie e parafarmacie possono vendere tranquillamente tutti i rimedi senza ricetta, poiché sono inquadrati alla voce “medicinali di automedicazione”. I rimedi non sono necessariamente solo curativi ma possono essere anche preventivi.

QUALE GUARIGIONE.

L’ Organon, dell’arte del guarire”, è il testo in cui Hahnemann delinea i principi fondamentali della Medicina Omeopatica, basati sull’osservazione e sulla pratica empirica.

A prima vista pare che il dottor Hahnemann dica un’ovvietà quando asserisce che«scopo principale ed unico del medico è di rendere sani i malati ossia, come si dice, di guarirli».

Ma cos’è la guarigione? Il concetto potrebbe assumere sfumature diverse per ciascuno di noi.

Guarire significa solo sopprimere dei sintomi spiacevoli?

Oppure guarire non significa solo non soffrire più di tali sintomi ma anche vivere in uno stato di benessere e di equilibrio tale da poterci esprimere al meglio delle nostre potenzialità?

Se è così, l’aspetto energetico e l’approccio olistico alla persona rivestono un’importanza fondamentale. I prodotti chimici (come pure dei rimedi omeopatici non perfettamente azzeccati) possono certamente sopprimere alcuni sintomi. Anche tutti, almeno per un po’.

Se ci ostiniamo a vedere l’uomo come mera biologia, come insieme di cellule e processi chimici e fisici, decidiamo di ignorare che l’uomo sia pervaso anche di forza vitale (la dynamis). Qui non si tratta di religione o fede, ma di una semplice constatazione alla portata di tutti: quando l’uomo è in vita è pervaso di forza vitale, di energia che tiene in vita le cellule. L’energia non si crea e non si distrugge, ma si trasforma, perciò quando l’uomo muore questa energia che permea il corpo e lo sostiene si separa da esso e si trasforma in qualcosa di diverso. L’involucro fisico, non più sostenuto dalla forza vitale, va incontro a processi chimico-fisici che portano alla sua dissoluzione(e trasformazione). Analogamente, quando l’uomo è in vita e questa energia vitale conosce un disequilibrio, si crea la prima causa di qualunque disturbo o malattia. E’ la predisposizione morbosa, detta anche miasma.

Ne consegue che, se non si comprende l’origine del miasma, della predisposizione; se non si capisce la condizione in cui la dynamis è stata alterata fino a condurre alla patologia, allora significa non sapere cosa si stia andando davvero a curare. Anche perché una persona in stato di squilibrio psicofisico è attaccabile dalle malattie, una persona in equilibrio è certamente più refrattaria. Ogni specifico miasma, corrisponde a una specifica incapacità di reagire correttamente a fattori esterni, giungendo alla malattia.

Ricordiamoci questo punto. In seguito, quando riparleremo delle varie teorie scientifiche e delle sperimentazioni sull’omeopatia, rispunterà fuori.

CONTINUA

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